La new “New Left”
Per capire l’insorgenza della nuova sinistra americana bisogna tornare a Zuccotti Park. Non ci sono tracce degli squatter figli di papà, dei rivoluzionari fuori tempo, degli attivisti hipster, delle celebrity engagée e dei bonghisti che due anni fa si sono accampati in piazza a tempo indeterminato per protestare contro il generale andamento del mondo. A presidiare l’antico fortino di Occupy Wall Street sono rimaste soltanto le insegne di Burger King e Bank of America, simboli della vittoria dell’1 per cento sulla maggioranza indignata. Fanno quasi sorridere, riviste oggi, le ambizioni rivoluzionarie che hanno animato la stagione della protesta.
12 AGO 20

Per capire l’insorgenza della nuova sinistra americana bisogna tornare a Zuccotti Park. Non ci sono tracce degli squatter figli di papà, dei rivoluzionari fuori tempo, degli attivisti hipster, delle celebrity engagée e dei bonghisti che due anni fa si sono accampati in piazza a tempo indeterminato per protestare contro il generale andamento del mondo. A presidiare l’antico fortino di Occupy Wall Street sono rimaste soltanto le insegne di Burger King e Bank of America, simboli della vittoria dell’1 per cento sulla maggioranza indignata. Fanno quasi sorridere, riviste oggi, le ambizioni rivoluzionarie che hanno animato la stagione della protesta. Occupy non si è afflosciata sotto la pressione degli idranti di Michael Bloomberg, che con il suo solito fare spiccio e impaziente ordinò di ripulire l’area dalle zecche, ma è crollata sotto il peso della sua inconsistenza. Il movimento programmaticamente leaderless e impermeabile a qualunque metamorfosi in soggetto politico dotato di voce, programma e struttura aveva la data di scadenza impressa nell’anima. Era un congegno che si spegne da sé.
Quando il sogno di Zuccotti Park si è disfatto, l’America ne ha preso atto con lo stesso spirito con cui accoglie l’alternarsi delle stagioni. Un giorno si protesta contro gli orrori del capitalismo, il giorno dopo si passeggia al mall, la vita del rivoluzionario postmoderno va così. I più ottimisti – e sottili – fra gli osservatori di sinistra avevano detto, allora, che Occupy Wall Street era evidentemente un’ammucchiata giovanile senza idee né costrutto, ma – e in questo “ma” emergeva l’elemento serio nascosto sotto la vernice naïf dell’antagonismo di piazza – il suo stagionale martellare sulle diseguaglianze economiche e sulle colpe della politica marcia e ladrona si sarebbe in qualche modo calcificato nella coscienza della società.
Due anni più tardi un candidato democratico con il senso morale di Robin Hood e la visione economica di Joe Stiglitz ha sbaragliato i più quotati compagni di partito alle primarie per contendersi la poltrona di sindaco di New York. A Bill de Blasio non mancano le connessioni con l’establishment, retaggio di un passato nell’Amministrazione Clinton e di una campagna elettorale condotta per eleggere Hillary al Senato, ma ha trovato la chiave del cuore degli elettori procedendo per contrasto con la tradizione democratica recente. La retorica populista ha prodotto la “tale of two cities”, lo spartito elettorale su cui De Blasio ha prodotto efficaci variazioni. Da una parte, la città dei Bloomberg e della Wall Street democratica; dall’altra, quella della middle class che si assottiglia e della povertà che sovraccarica le periferie, esistenziali e non. L’ultimo censimento della città dice che il 21 per cento dei newyorchesi vive sotto la soglia della povertà e De Blasio ha edificato tutta la campagna sulle fondamenta della sperequazione, un demonio che può essere scacciato soltanto da un esorcista della giustizia sociale. “Penso che il sindaco non abbia mai capito quello che il newyorchese comune sta passando”, ha detto una volta.
Fra le varie identità che aveva a disposizione, il candidato democratico ha deciso di sfruttare quella dell’attivista per un mondo migliore e di nascondere quella del funzionario di palazzo. Nei primi anni Novanta si batteva sotto l’insegna del “socialismo democratico” (l’avversario repubblicano Joe Lhota ha preso a chiamarlo così, “il socialista democratico”), sull’onda di un toccante viaggio di formazione politica che il barbuto ventiseienne aveva fatto nel Nicaragua della rivoluzione sandinista. Era il coronamento di un anno di lavoro per un’organizzazione dedita alla giustizia sociale intitolata al più caparbio e illuso degli eroi, Don Chisciotte. De Blasio ha poi preso pubblicamente le distanze dalla repressione del regime dei sandinisti, ma la purezza dell’impeto antimperialista ha plasmato nel profondo la mentalità di questo attivista in procinto di tuffarsi in politica per difendere gli ultimi. E non a caso il suo passato nei cunicoli della sinistra radicale è stato riesumato dal New York Times, che in linea con la sua vocazione governativa sosteneva Christine Quinn, posizionata all’estrema sinistra sulle questioni etiche e sociali, ma accomodata sull’establishment per tutto il resto.
Nel frattempo Larry Summers si è ritirato dalla lotta per la successione di Ben Bernanke a capo della Fed, spiegando che un eventuale percorso di conferma da parte del Senato si sarebbe trasformato in un calvario per l’Amministrazione e per il paese. Il punto è che molti democratici al Senato, a cominciare dai membri della commissione bancaria, reagiscono con sentimenti che vanno dal vago sospetto al puro orrore per le compromissioni di Summers con Wall Street. Il modello dell’economista-banchiere-politico cresciuto in quella particolare forma di liberalismo plasmata da Clinton è fumo negli occhi per la nuova sinistra. Quando la potente senatrice Elizabeth Warren, ipostasi della lotta contro il “greed” di Wall Street, ha ammesso che la sua avversione per Summers “non era un segreto”, tutto si è svelato: la candidatura dell’ex segretario del Tesoro di Clinton non è stata uccisa da una congiura di palazzo, ma dallo spirito della nuova sinistra. Quello spirito che si era coagulato disordinatamente a Zuccotti Park. Lo stesso che ha convinto Bill Daley, esponente della più potente dinastia politica di Chicago, a ritirare la candidatura per il posto da governatore dell’Illinois: Daley è un banchiere clintoniano amico di altri banchieri clintoniani e politici clintoniani, profilo perdente in tempi di populismo di sinistra. Il senso di Occupy Wall Street si svela dunque come figura intermedia dello spirito della sinistra americana. Michael Kazin, che della fenomenologia della sinistra è contemporaneamente storico ed esponente, ha trovato un’immagine poetica: “Una penombra ideologica che è rimasta quando il ‘pianeta Occupy’ ha smesso di brillare di luce propria”.
L’analista politico Peter Beinart ha visto in tutto questo ribollire di idee la nascita della “New New Left”, una sinistra alternativa al modello clintoniano. In un lungo articolo sul Daily Beast sostiene che la generazione ideologica dei Clinton è finita. Il regno di Clintonland, con le sue connessioni, la lottizzazione, le porte girevoli, gli scambi, gli incesti, la logica della protezione del branco è solido, ma i presupposti ideologici su cui si fonda scricchiolano. La “New New Left” si batte per il salario minimo, invoca le protezioni sociali, sostiene la presenza massiccia dei sindacati nel settore privato, chiede rette universitarie abbordabili, sanità pubblica, diseguaglianze ridotte per intervento centrale, aggredisce il capitalismo, vuole uno stato che spende e la pressione fiscale che sale di conseguenza (bastonando i ricchi a livelli hollandiani, ça va sans dire). Il liberalismo clintoniano si è innestato su altri principi. “The era of big government is over”, diceva Clinton, che ha portato la spesa pubblica in rapporto al pil a livelli più bassi rispetto all’èra di Ronald Reagan. La sinistra di Clinton è nata attorno al mercato, all’uguaglianza di opportunità, al merito, alla competizione, allo smantellamento della burocrazia, guardava banche e corporation come fonti di prosperità e lavoro, non come produttori di ingiustizia sociale. Clinton ha abbattuto il muro legale edificato dopo la Grande depressione per impedire alle banche di diventare ipertrofiche entità dedite allo spaccio di prodotti profittevoli e tossici.
Barack Obama non si è avventurato oltre i confini di questa visione del mondo. Ha aggiunto alla concezione clintoniana il tocco personale del community organizer educato dai sermoni del protestantesimo black e dalla scuola di legge di Harvard, ha giusto virato un po’ verso lo stato sociale con una riforma sanitaria non proprio scandinava, ma non rimarrà nella storia per aver stroncato a suon di regolamentazioni gli eccessi di Wall Street, né per avere riesumato il big government di Jack Kennedy e Lyndon Johnson. La logica della “fairness” è comparsa in maniera significativa solo durante una campagna elettorale in cui l’avversario da battere era la quintessenza del capitalismo rapace.
Beinart snocciola un’enorme quantità di dati culturali e demografici per spiegare che quella generazione politica è al tramonto. Non è soltanto un fatto di anagrafe. Si tratta di una concezione crescente nella galassia democratica che si muove nella direzione opposta rispetto ai “Clinton Democrat”. A Zuccotti Park questa concezione si è coagulata in una protesta amorfa e scombiccherata, ma non per questo priva di conseguenze. L’ascesa di De Blasio è la prima infiorescenza politica apprezzabile. Così apprezzabile che dopo la vittoria alle primarie il clan dei Clinton si è trovato costretto a concedere un endorsement a denti stretti. Una nota scritta senza fanfare né promesse di aiuto sul campo, nemmeno se dall’altra parte della barricata c’è un ex vicesindaco di Rudy Giuliani contro il quale sarebbe agevole fare fronte comune. A tempo debito Bloomberg aveva sondato l’interesse di Hillary per il ruolo di sindaco. I due vengono da mondi politicamente diversi, ma parlano il linguaggio comune del potere.
Beinart snocciola un’enorme quantità di dati culturali e demografici per spiegare che quella generazione politica è al tramonto. Non è soltanto un fatto di anagrafe. Si tratta di una concezione crescente nella galassia democratica che si muove nella direzione opposta rispetto ai “Clinton Democrat”. A Zuccotti Park questa concezione si è coagulata in una protesta amorfa e scombiccherata, ma non per questo priva di conseguenze. L’ascesa di De Blasio è la prima infiorescenza politica apprezzabile. Così apprezzabile che dopo la vittoria alle primarie il clan dei Clinton si è trovato costretto a concedere un endorsement a denti stretti. Una nota scritta senza fanfare né promesse di aiuto sul campo, nemmeno se dall’altra parte della barricata c’è un ex vicesindaco di Rudy Giuliani contro il quale sarebbe agevole fare fronte comune. A tempo debito Bloomberg aveva sondato l’interesse di Hillary per il ruolo di sindaco. I due vengono da mondi politicamente diversi, ma parlano il linguaggio comune del potere.
L’ex segretario di stato ha rifiutato la proposta per via del segreto meno segreto della politica americana, l’interesse per una nuova corsa alla Casa Bianca che in questi giorni sta muovendo i primi passi pubblici. La Clinton Global Initiative, attività di famiglia al confine fra lobby e scuola di governance, in questi giorni ospita a New York i leader mondiali che dopo essere passati all’Assemblea generale dell’Onu fanno un giro nel network del potere democratico, e la settimana è stata strategicamente introdotta dall’intervista di Hillary al settimanale New York, la prima uscita su un giornale dopo la dipartita dall’Amministrazione. Le macchine di Clintonland si sono messe in moto da tempo. Ci sono comitati politici che hanno iniziato a esplorare sistematicamente il terreno elettorale nei primi stati dove si terranno le primarie. In un evento in Iowa intitolato “Madame President”, con esponenti del mondo femminista e pro choice che invocavano la venuta del primo presidente donna, la presenza di Hillary è stata evocata con un’insistenza da seduta spiritica. E alle manovre sono seguite le contromanovre. Il New York Times ha iniziato l’opera di scandagliamento degli asset clintoniani frugando nelle stanze della fondazione filantropica di famiglia, la Clinton Foundation (recentemente ribattezzata Bill, Hillary & Chelsea Clinton: il clintonismo è uno e trino) e trovandovi incongruenze, debiti, operatori con doppi o tripli incarichi che lubrificano i flussi finanziari del regno di Clintonland. Il più importante e oscuro dei luogotenenti è Douglas Band, factotum del presidente che si è trasformato nel sovrintendente del sistema. A lui Alec MacGillis di New Republic, settimanale liberal, ha dedicato un sontuoso ritratto (dieci mesi di lavoro, decine e decine di interviste, un’inchiesta multistrato fatta con meticolosa precisione, roba da far rimangiare a mezzo mondo le chiacchiere mortifere sulla fine del giornalismo serio, ma questa è un’altra storia) che spiega con sovrabbondanza di dettagli le perversioni del potere clintoniano, che naviga fra politica, beneficenza, lobbying, finanza e scambi più o meno opachi. Ciò che tutte le critiche a Clintonland mettono in luce è l’impenetrabile logica tribale che domina il sistema. E’ il tribalismo clintoniano – insinuano i critici di sinistra – che ha creato quelle infinite triangolazioni di potere che hanno portato al fatale incesto fra tradizione democratica e degenerazioni del capitalismo. E’ il sistema Clinton che ha fatto incontrare Tom Wolfe e Oliver Stone. Il tutto nel nome della sinistra moderna e finalmente libera dagli ultimi residui di marxismo che erano rimasti incastrati qua e là persino nell’America anticomunista per sensibilità e necessità storica.
E’ contro questa sinistra creata a colpi di patti win-win e giochi di specchi fra New York, Washington e Chicago che si muove la “New New Left”. In superficie si tratta di uno scontro fra sistemi di potere alternativi – scaltri professionisti della politica contro battitori liberi fomentati dal malcontento e dalla bile – ma, scendendo più in profondità, si trova una guerra fra concezioni del liberalismo incompatibili fra loro. La crisi finanziaria è stata, naturalmente, il trauma che ha deviato il corso del modello clintoniano dal suo olimpico ciclo di autoalimentazione. Ha messo in discussione i pilastri del modello sociale sui quali il clan Clinton ha fondato il suo immenso potere, accresciuto dentro e fuori i confini della politica ufficiale, invitando una parte della sinistra a ripensare la propria identità democratica. Dalla disordinata fase della protesta è nata una tendenza che insidia il modello politico e culturale del clintonismo, il quale si prepara a un’ennesima battaglia elettorale che questa volta ha tutta l’aria di una guerra civile per affermare (o riaffermare) il paradigma della sinistra post risi. Una “tale of two cities”, direbbero Dickens e de Blasio.